Come far niente in dieci mosse (ma senza muoversi)

Sei stanco della solita minestra? L’ufficio ti stressa? La fabbrica non fabbrica più nulla per il tuo ego? Il viaggio sarà solo una sfacchinata? Vivere non è più vita?

Ecco dieci punti da seguire per fingere di fare qualcosa, ma senza fare niente in tutto l’arco della giornata.

  1. Ricordarsi di inserire l’allarme sulle ore sette, utilizzando una vecchia sveglia inutilizzabile.
  2. Il mattino dopo, al risveglio, imprecare per non averla sentita, ma non più di tre imprecazioni, perché poi la cosa si fa impegnativa. Telefonare al lavoro, alla mamma, a tutti quelli che ti vorrebbero nella Hall of FAME (Fino Alla Morte Energico), elencando una serie di piccole catastrofi: la sveglia rotta (un altro paio di imprecazioni), la gomma bucata, la dissenteria, un’invasione di cavallette e una grandinata circoscritta, con sporadici lapilli di fuoco che hanno distrutto il biancofiorito pruno shiro goccia d’oro. table-clock-642483_640
  3. Poiché tutta questa enorme attività di pubbliche relazioni, logorante all’inverosimile, è stata condotta rimanendo a letto, ora arriva la parte più difficile della giornata: permettere che il corpo venga oltraggiato nella sua posizione verticale, vagando per il gelido pavimento polveroso fino alla cucina. I vestiti rimangono tristi e spaesati sull’appendiabiti.
  4. Per colazione bisognerebbe darsi da fare: prendere i biscotti, fare il caffè, masticare, pulire il tavolo dalle briciole, rimettere via caffè e biscotti (aprire le ante, chiudere le ante, accendere il fornello, spegnere il fornello, cercare la caffettiera che non è mai al suo posto, infatti eccola, nascosta fra i liquori). L’istinto di sopravvivenza dice di astenersi da tutto ciò. Basta una cannuccia e un liquido in frigorifero. Non fa niente se i tuoi occhi ancora opachi non si accorgono che si tratta dell’urina da portare in laboratorio: è fresca.
  5. Eccoci al picco della fatica: bisogna passare dalla cucina al bagno, ciò significa migrare dal punto A al punto B e gli uccelli migratori ci insegnano che molti partono, ma non tutti arrivano. Si ripristina quindi in loco, cioè in cucina, il livello di urina e si fa un rapido calcolo dell’ultima volta che il nostro corpo ha beneficiato del rigenerante, ma chimico, quindi pericoloso, connubio di acqua e sapone. Torna alla mente un articolo del prof. Tal dei Tali: detergere troppo la pelle aggredisce la difese naturali. Ha davvero ragione. kuchengardarobe-1543914_640
  6. Con lo sguardo fisso all’orologio, seguendo la lancetta dei secondi, che comunque è un’attività di tutto rispetto, arriva mezzogiorno. Ormai gli occhi sanno distinguere fra la birra e l’urina e ciò è buona cosa. Il frigo offre un sacco di cibarie, volendo, solo che esigono tutte quante amore e attenzione, bisogna scaldarle oppure com’è quella parola? Ecco, cucinarle, bisogna rimanere in piedi con un grembiule addosso, respirare i gas venefici del fornello, tenere d’occhio l’hamburger di soia come se fosse un bambino e pensa quanto tempo ci hanno messo a fabbricarlo e in un paio di bocconi se ne va. L’istinto ci porta alla pizza margherita surgelata, che non sembra, ma è masticabilissima e dopo qualche attimo di stazionamento sotto il palato acquista per effetto del calore delle fauci un certo sapore, di pizza, appunto. La birra ovviamente è fornita di anello di strappo, per evitare l’uso del cassetto e del cavatappi, che richiedono un certo impegno e comunque implicano l’eventualità dell’infortunio domestico.
  7. Finalmente giunge il momento più desiderato dell’intera giornata, la pennichella, peccato che il divano è di là, in sala, il punto C. Per la succitata teoria delle migrazioni, si eviterà anche questo pericoloso espatrio. Ci si coricherà per terra, fra le briciole della pizza, che sono ancora ricoperte da un tenue velo di ghiaccio, ma non sono così fastidiose, è solo una questione di abitudine, come tutte le cose.
  8. Ci si risveglierà verso sera, imprecando con moderazione per aver dimenticato di attivare l’allarme della sveglia. Il sole se ne sta andando, una giornata piena di promesse, ma anche di imprevisti, volge verso il termine delle quotidiane attività. È il momento nel quale gli onesti lavoratori stanno ormai guidando verso casa, il momento nel quale è doveroso un pensiero solidale nei loro confronti. sofa-1100062_640
  9. Il relax è finalmente giunto: il corpo spossato anela a un bicchiere di vino, a un po’ d’insalata, solo che l’insalata bisogna lavarla. Decidiamo che lavarla è una precauzione eccessiva, un po’ come lavarsi le mani. Si fa solo se si ha l’occasione. E d’altra parte, se l’insalata cresce nella terra e non in un ambiente asettico, ci sarà pure un motivo. Per distrarre la mente si decide di guardare la tv, ma in cucina non c’è, allora si guarda fuori, dentro la finestra del dirimpettaio, che ha la tv accesa. Ciò comporta un risparmio di energia elettrica e corporea. Il dirimpettaio però innervosisce, perché continua a cambiare canale. Conviene telefonargli? E se poi non sarà accondiscendente? L’opzione estrema è la preparazione di un vassoio, un’azione dolorosa, ma necessaria. Insalata, vino e formaggio stanno migrando con noi fino al punto C, una terra promessa dove si può trovare il televisore, sempre che si arrivi sani e salvi.
  10. Il divano e un telefilm poliziesco. Cosa chiedere di più alla vita? Squilla il telefono, poi il cellulare, poi il campanello di casa, saranno i testimoni di Geova in edizione serale, sarà qualcuno che ci cerca, ma ormai è tardi e aprire la porta potrebbe riservare cattive sorprese, i telegiornali lo dicono sempre, di rimanere chiusi in casa, senza ori, senza vestiti, senza nulla, perché il ladro è sempre in agguato. Al quarto telefilm di N.C.I.S. non si capisce più perfettamente la trama, ma nemmeno le parole. Abbiamo svuotato la vescica nel nostro bicchierino di plastica che aveva contenuto la birra (il cerchio si chiude) e pensiamo che è ora di andare a letto. Senonché per raggiungere il materasso bisogna affrontare l’ignoto, mentre il noto, e cioè il divano, è già sotto di noi. Il letto dista pochi passi, ma sono pur sempre passi e, anche se abitiamo in un monolocale di trenta metri quadri, potremmo avere un attacco di agorafobia. I disturbi è meglio prevenirli che curarli. Così, mentre Jethro Gibbs sta piallando lo scafo nella sua cantina noi, stanchi, ma felici, ci buttiamo fiduciosi nelle braccia di Morfeo, nell’incrollabile convinzione che sarà lui a svegliarci l’indomani.

Il turista che non verrà

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Se sei un turista forse non sai che c’è un altro modo di viaggiare. Non muoversi proprio.

Ci sono esseri, nell’universo, che cercano di non muoversi mai. Leggono guide turistiche e poi osservano i posti da visitare, senza mai raggiungerli.

Magari arriverà un giorno in cui il turista non avrà più bisogno di spostarsi, di prenotare aerei, navi, traghetti. Dipende molto dal modo con cui si guardano le cose.

Se nell’universo ci sono mondi simili al nostro, non è detto che il concetto di turismo sia condiviso. Esseri immobili ci leggono; sopra, sotto e dentro. Ci visitano con gli occhi.

Un castello, un fantasma, un’aria di libertà

In rete, nel pieno della foresta, c’è un castello di carta.

Chi l’ha costruito è andato oltre la home page, perché la casa è dolce, ma anche troppo intima, odora di focolare. Il castello invece serve per la difesa personale e della cittadella. Quale cittadella? Città della gioia, per gli amanti della scrittura e della lettura.

Castello di carta

I fantasmi, spiriti o scrittori, non si accontentano di case, bilocali, sottoscala. Esigono castelli. Questo è di carta, d’accordo, ma il nome è una garanzia. Il luogo ideale per uno scrittore fantasma è il castello di carta e tutti quelli che bazzicano intorno al castello vi scrivono sopra qualcosa, un pensiero, una parola, le poche lettere che bastano per sentirsi vivi.

Difesa personale

Superfluo spiegare. Centri commerciali perenni, maschere di carnevale a ridosso del Natale, guerre senza sapore, gente senza futuro. Cannibali e pescecani convivono con i miti. Il lupo e l’agnello vanno a cena insieme. Non c’è più religione. Invece, quando arrivi al castello, devi lasciare fuori la menzogna. Sei uno scrittore o un lettore, qualcuno che ha voglia di raccontare una storia o di farsela raccontare. Anche se nella vita ricopri ben altri ruoli. Il castello difende il fantasma e la cittadella dal frullato globale.

La cittadella

Infatti c’è un mondo, per chi ancora non lo sappia, in cui il frullatore può poco o nulla. Perché anche frullando le parole, i pensieri che le compongono, gli occhi della mente che leggono parole, le lettere volano nel vortice e ricadono sotto altre sembianze. Di altre parole, verbi, messaggi. E più vengono frullate più donano piacere nella loro perenne ricomposizione.

Il fantasma

Nel castello abita lo scrittore fantasma, che si occupa delle parole, dei loro vortici. Fa attenzione alla loro caduta, le coccola, dà loro un motivo per rivivere. Lo scrittore fantasma è anche detto ghostwriter, il mestiere più oscuro e più bello che esista. Si occupa della scrittura professionale su commissione. Quelli che frequentano il castello sono liberi da sette e pregiudizi; se hanno una sudditanza è verso la parola. E quale di questi sudditi non morirebbe felice?

Da oggi questo blog è una stanza di quel castello. I bloguli rossi gli portano ossigeno, su per le scale di cartone, dentro i muri di cartongesso, fra le fughe dei pavimenti di cartapaglia, dentro i muri divisori di carta da pacchi, intorno alle finestre di carta velina.

E il tetto? Il tetto non c’è, perché non c’è tetto alle parole. E il castello si prende tutto quello che viene, sole, nebbie, acquazzoni, una grandine di parole frullate che non appena lo invadono si ricompongono amabilmente e fanno la felicità dello scrittore fantasma e di tutti coloro che imbrattano il castello di storie.

 

 

 

La storia di Shaye Saint John, quasi un romanzo

Quella che racconta Andrea Roccioletti è una storia vera. Raccontare una storia così, ci confessa, è un ardimento, si rischia di venire travolti da una slavina. “Non basta correre velocemente, bisogna anche saper stare in equilibrio, un salto dietro l’altro, senza cadere a terra.” Parole sante.

Infatti, leggendo Diranno di me, nelle prime pagine si ha la sensazione di un pericolo valanghe. Non solo compaiono tre diversi font, ma brani tratti dalla rete, pagine di narrativa, inframezzati a paragrafi che odorano di saggio. Ecco, si staccherà un costone di neve, ci porterà a valle, lettore e scrittore, e buonanotte.

Ma poi, sempre per tenere fede alla metafora della montagna cara ad Andrea, si arriva verso la metà del cammino senza un disastro ambientale e letterario, la storia procede in punta di piedi, anche se nel lettore permane il timore che il mistero si risolva in un bluff. Allora si cercano notizie sui personaggi: Eric Fournier, Shaye Saint John, Ricardo Lopez sono realmente esistiti, potete trovare le loro storie in rete.

Diranno di me è una biografia su Shaye, scritta con abilità, sul filo di un’eco idonea, in potenza, a staccare tonnellate di neve. Le storie procedono parallele, l’odore della paura è tangibile. Paura di arrivare alla fine, perché lo scrittore non solo non ci permette di interrompere una lettura coinvolgente, ma abbiamo l’impressione che all’ultima pagina lo dovremo maledire per avere perso tempo con lui.

E invece non succede, tutto finisce per avere un senso, la tecnica si rivela vincente. Niente valanga, anche se Andrea ci ricorda che per evitare il disastro si devono fare delle scelte: aggiungere e omettere. La vera menzogna della letteratura, la chiama lui.

Allora ci voltiamo indietro e sentiamo un po’ di nostalgia per quella storia che sembra già partita da molto lontano, anzi per quelle storie che si sono incontrate condividendo tristezza, solitudine, nostalgia per un sogno americano che troppe volte è solo sonno.

Autori Riuniti, casa editrice che ha pubblicato Diranno di me, è una “casa per gli autori” come si evidenzia al punto uno del manifesto. Al punto dieci del medesimo si confessa che “non abbiamo idea di come andrà a finire”. Secondo una visione strettamente imprenditoriale l’affermazione fa venire la pelle d’oca, però Autori Riuniti promette che comunque vada non annoierà mai. In questo caso, promessa mantenuta.

Andrea Roccioletti è nato nel 1979 e ha scritto Bravo a scrivere, Leo di Zervi, Il babauMe lo immagino come un genio pazzerellone.

Dire mai

Il verbo potere è un regalo quotidiano, insieme al giornale e al caffè.

Il verbo potere è qualcosa che forse sarà, un miraggio in ogni dove.

Quando penso quello che potrei mi sento un dio.

Potrei diventare gay, uno di questi giorni.

Potrei diventare musulmano, non lo escludo.

Potrei diventare un immigrato, là dove il lavoro non si deve mendicare.

Potrei vendere casa e macchina (se trovo un disperato, per quest’ultima), bruciare il giardino e vivere di quasi nulla, dove il quasi è tanto grande che avanza.

Potrei insegnare la filosofia ai carcerati, l’alfabeto ai cani, la sopravvivenza alle zanzare kamikaze.

Potrei diventare sindaco e ordinare che le automobili parcheggiate in centro città vengano rottamate insieme alle idee orfane di ideali.

Sono tante le cose che diventano, tanti i tempi che diventano, le persone che diventano sono ciascuna su questa terra, ecco perché non posso dire la parola mai.

Perché divento. E compatisco chi si dichiara irremovibile.

Chi si dichiara nella ragione.

Chi vede una rima che non c’è.

Potrei compatire me stesso, quando oso accusare qualcuno. Perché accusando circoscrivo una terraferma e un mare, una salvezza e una perdizione, uno scranno e un inginocchiatoio.

Potrei amare, ma l’amore è un limite. Potrei dire che amo il mondo, ma generalizzare sarebbe il limite e così escluderei altri mondi, altri oggetti bisognosi d’amore. Posso solo dire che non amo i limiti.

Posso solo dire che non amo, perché l’amore condiziona e le condizioni sono piccole gabbie quotidiane con uno sportellino cigolante.

Posso solo dire che vivo, ma che impressione, avere la vita addosso. Che peso, che responsabilità. Perché uno la vita la deve coltivare, non è un vestito che ti metti addosso. Devi dimostrare che sei differente da un morto. Non basta respirare per sentirsi vivi, non bastano nemmeno i battiti. Non basta un urlo, un orgasmo, un pizzicotto.

Per sentirsi vivi bisogna accettare il fatto che ogni notte si muore e che ogni mattina si riparte da zero. Non si costruiscono gli imperi, ma pezzi di muro che svaniscono con il buio. E il giorno dopo si ricomincia dalla prima pietra.

Se fossi Ulisse, tornerei a casa? La casa è tutto il mondo che si può raggiungere, tutto il suolo che si può calpestare, la mia casa è un igloo o una capanna di sterco.

Se fossi Ulisse mi comprerei un camper. Porterei con me Penelope e lei a fare e disfare la trama del tempo e al risveglio ricomincerei daccapo e allora non sarebbe così brutto morire, perché alla fine non si sarebbe perso niente.

Con Penelope non si hanno rimpianti, il passato non è che il giorno che comincia, così si è nuovi sempre.

La vita delle possibilità è bella perché non è mai noiosa, è tutta da costruire.

Lo so cosa pensi, che se riduco la vita alle possibilità rischio il sogno perpetuo a occhi aperti, un’illusione perenne che narcotizza la realtà. Sognare senza fare.

Dimmi cosa è la realtà, allora, se non segmenti di possibile che si attualizzano. Tu senza possibile non ti alzeresti nemmeno dal letto.

Anche quando il possibile sembra impossibile ha un vantaggio; l’impossibile non si è ancora provato, prima dobbiamo sperimentare il possibile, il possibile è il nostro motore.

Non offendiamolo, dunque, rinunciando all’azione, perché là dove è possibile è un dovere morale provare.

Non umiliamolo, usando l’avverbio mai. Le cose mai fatte aspettano solo di essere, quelle che mai si faranno sono una bugia della sera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché, Giulio Mozzi?

Perché Giulio Mozzi si è infatuato di Edoardo Zambelli?

Sta uscendo in questi giorni il romanzo “L’antagonista” di Edoardo Zambelli, presso l’editore Laurana.

Ho letto la prefazione di Giulio Mozzi, scrittore e docente di scrittura, sul sito dello scrittore esordiente Edoardo Zambelli. E la prima cosa che mi è venuta in mente è il film “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli. Andiamo a vedere di cosa parla, mi sono detto.

A mia discolpa – ma anche mea culpa – devo dire che quello che ho letto mi è bastato, io sono fatto così. Entro in libreria, apro una pagina a caso e nel giro di venti righe intuisco certe cose, che non dico qui perché si aprirebbe una discussione che potrebbe offuscare il referendum di ottobre (o novembre, o forse dicembre).

Non mi pace parlare tanto degli scrittori, quanto delle loro parole. Sarò perdonato?

Così ho letto sul sito il fatidico Secondo estratto del romanzo, intitolato “La ragazza misteriosa.” Procediamo in punta di piedi.

“La voce veniva da un punto buio fra gli scogli”. Lo accettiamo, è notte.

“La ragazza si voltò di scatto, spaventata.” Lo accettiamo senza discutere, era lì perché era romantica, oppure soffriva di insonnia.

Poi la ragazza cerca di mettere a fuoco, ma “Era troppo buio”. Va bene, si è già detto, che c’era un punto buio fra gli scogli. Non solo, ma se è spaventata, perché “si avvicinò di qualche passo”?

Quindi la ragazza vede un ragazzo, perché “La luce della luna ora era sufficiente.” Ecco, qui si sente l’esigenza di un maggiore impegno stilistico. Bastava dire che il ragazzo fu illuminato dalla luna. Melenso? Alternativa: sotto la luna prese forma il profilo di un ragazzo. Licantropico? La luna lo illuminò, ok, così va meglio. Ma che la luce sia sufficiente, sa un po’ di compito scolastico.

Gli occhi di questo ragazzo, che la luna aveva illuminato, “mandavano uno scintillio acquoso, come bagnati da lacrime.” Da pelle d’oca, veramente. Occhi che mandano uno scintillio acquoso in vita mia non ne ho mai visti. A parte che se provate a stare di notte al buio fra gli scogli – va be’, sto cercando il pelo nell’uovo – voglio vedere se riuscite a scorgere un’acquosità oculare, anche sotto la sufficienza di una luce lunare.

Ben presto l’azione latita, allora spunta la sigaretta.

Il ragazzo “ne accese una.”

La ragazza disse: “Me ne dai una?”

Il ragazzo le diede il pacchetto e lei “ne prese una.”

Ma il racconto della sigaretta non è terminato. La ragazza, in sequenza, “la mise fra le labbra” – e dove, se no? – “si chinò sulla fiamma dell’accendino che il ragazzo teneva acceso” – perché ovviamente un accendino spento dà poche speranze, anche ai più ottimisti – poi fa scudo con la mano, ringrazia, tira una boccata, tossisce, e qui il lettore viene preso dal torpore. Che sia maria?

Poco dopo lei, sempre tossendo, butta la sigaretta a metà e chiede al ragazzo di camminare con lei. Cinque minuti dopo sono in macchina insieme, anche se lei dà sempre delle risposte un po’ evasive e non si ricorda cosa ci fa da sola di notte in mezzo agli scogli, e quindi il problema è un po’ più grave che l’insonnia e meno romantico del romanticismo.

Questo insegna che se da una parte sedersi sugli scogli di notte può aiutare concretamente a uscire con una ragazza, dall’altra è molto facile trovare ragazze strane, che una volta in macchina ti dicono chiaramente:

“No… è solo che… non vorrei che tu pensassi che…”

Il signor Mozzi dice che l’esordio letterario di Edoardo Zambelli “è davvero speciale.”

Io ho imparato che evitare gli scogli è salutare non solo per le navi, ma anche per gli uomini.

Corsia 3

Fabio si tuffò nella corsia 3, dentro l’utero di sua madre, e la percorse a bracciate vigorose, come uno spermatozoo adulto. Fra gli umori clorati che lambivano il corpo, cosa sua e non sua, le bolle rilasciate dai polmoni parlavano di suoni ancestrali sopra l’intreccio di mattonelle azzurre.

Il corpo. Quasi si era dimenticato di averne uno, chiuso tutti i giorni dentro un ufficio buio, privo di finestre, esposto a ovest. Fabio guardava sulle croste del muro e ci leggeva soli mobili che avanzavano oltre la parete, declinavano nei cieli uterini, tornavano uova insieme agli altri pianeti.

“Questa schiena reclama nuoto, tu sei capace di nuotare?” gli aveva chiesto il suo medico, battendogli una mano fra le scapole.

“Nuotavo da piccolo”.

“E poi?”.

E poi basta, stupido medico, il nuoto gli faceva paura come una domanda troppo ben riposta, era la morte mobile e anaerobica dei mari planetari dentro il mare della vita. Piatto, limpido, uguale a se stesso nei giorni e nelle notti di ogni respiro.

Un respiro, un giorno. Un respiro, una notte. L’aria urtava i denti e il palato e si insediava negli alveoli. Una bracciata, l’altra lesta a rincorrere la prima, il fiato usciva morto e inutile e pieno dei pensieri di quel corpo estraneo nell’utero materno nella corsia 3.

Madre, che hai fatto?

Madre, perché mi hai fatto?

Le madri erano dee senza un perché. Mettevano al mondo i morti viventi, ne cannibalizzavano i ricordi, li abbandonavano nelle piazze e negli uffici senza finestre.

“Fai un po’ di piscina, un paio di volte alla settimana” gli aveva detto lo stupido medico carezzandogli la spina dorsale. Fabio cercò di non pensare ai mari assassini, solo al suo mare, respiro di luce respiro d’ombra. La corsia densa come cemento fresco si seccava accogliendo le impronte dei suoi pensieri, ecco, le leggeva sul fondo, ventidue come gli anni, impronte di orso nel guado di un ruscello.

Fabio sorrise suo malgrado e un sorso d’acqua gli mozzò il respiro e per un attimo i mari assassini lo avvolsero e presero il sopravvento, la corsia diventò un molle antro privo di luce e di risoluzione.

Eppure il ragazzo era riuscito da subito a imbrigliare le sue paure, aveva comperato la cuffia e gli occhialini e si era lanciato deciso. “Questi hanno il nasello regolabile, li metta così… no, l’elastico più in alto, sopra la nuca, altrimenti l’acqua rischia di entrare, venga qui, faccia vedere” gli aveva detto la commessa. Glie li aveva sfilati, regolati e rimessi, facendogli piegare il capo come un atleta medagliato sul podio.

La piscina evocava tutto meno che acqua, era un liquido amniotico dove il corpo a bracciate possenti cavalcava il tempo al ritmo dei respiri. Luci, ombre. Era una serie parallela di spine dorsali galleggianti e colorate – carezzate da stupidi medici – che accompagnavano la sua, carica di organi e di muscoli temporanei, ormai pesante sotto il peso del tempo trascorso dalla prima immersione e del moto di conquista e ripiegamento sulle orme ormai disseccate dell’orso.

Fabio ne aveva le movenze e la corporatura, la faccia mite, la rabbia pronta. In debito d’ossigeno ingoiava acqua e aria e spiava l’assistente bagnino che si grattava un’ascella. Quella domenica, il giorno più tranquillo per un nuotatore, Fabio era lì solo per sua madre, per averla intorno, con le acque e le ossa e il suo tempo che si allargava in brevi onde inghiottite dalle griglie dei bordi.

“Non andare, oggi” l’aveva ammonito il padre ed era rimasto con sua moglie, nel posto più asciutto del mondo, silenzioso come una piscina festiva.

Devo perché sono un orso, devo perché la schiena, perché lo stupido dottore, devo per lei, perché mia madre ora è la piscina e io le corro dentro come se non fossi più nato.

Emerse dalla vasca, sedette sul bordo e si guardò intorno. Un nuotatore in corsia 1, uno in corsia 6.

Alle cinque si chiude. Chiudere mia madre, chiuderla qui dentro fino a domani, lasciarla sola sotto il sole cadente di primavera che attraversa la vetrata gigantesca fino a tornare uovo, sotto terra.

Negli spogliatoi i soli rumori erano una goccia nel lavandino e il bisbiglio dello sciacquone rotto.

Fabio entrò rabbrividendo nella doccia e chiuse gli occhi. L’acqua calda gli disse che era solo e vivo ed era di nuovo nel mondo senza finestre.

Lo specchio gli rimandò le grosse zampe e le fauci gialle e il pene intirizzito e inutile. Si odiò un’altra volta, cinse la vita con l’asciugamano e lasciò correre sui capelli il getto d’aria calda, le braccia stese lungo i fianchi, fino a sentire le orecchie incandescenti.

Giunsero voci di bambini, là fuori, che stavano pattinando sulla pista, e insieme lo squillo del cellulare. Il suono era una campana dai rintocchi lenti e cadenzati e quando Fabio rispose seguì un silenzio sospeso del mondo, poi un respiro d’ombra. “Vieni subito, se ne sta andando”.

Il ragazzo guardò il telefonino come se fosse un oggetto sconosciuto.

“Tra dieci minuti si chiude” disse una voce. Era il vecchio segretario, che gli faceva segno con la mano, avanzando a passi sbilenchi.

L’asciugamano cadde sul pavimento bagnato.

“Ehi – disse il segretario – non ha visto l’avviso? Vietato girare nudi per gli spogliatoi. Vietato! Ehi, lei, mi ha sentito? Dico a lei, sa? Cosa le prende, è sordo?”.

rivista D’Ars, n. 220

Togli l’occhio, che mi fa male il piede

  

A casa avevo un pesce palla.

Il mio pesce palla era azzurro e viveva in uno spazio quadrato di novanta centimetri per lato.

Aveva un occhio ceruleo gigantesco che mi fissava in continuazione. Ma quella non era la caratteristica peggiore: calpestare l’occhio mi provocava dolore alla pianta del piede. Allora glie lo  toglievo e il bulbo se ne stava lì, lontano dal corpo, finché mia moglie non lo rimetteva nella sua sede.

A parte l’occhio, il pesce palla mi era abbastanza indifferente e ci riconoscevamo una sorta di simbiosi: io lo facevo vivere sotto l’acqua, il che per un pesce di plastica è una fortuna insperata e poco comune; lui mi evitava di scivolare sul piatto della doccia.

Ma ogni volta era la stessa storia: l’occhio al suo posto, nella testa del pesce e io che provavo dolore. Così estirpai l’occhio e lo gettai in pattumiera.

“Hai visto?” dissi al pesce palla. Lo dissi come se lui fosse colpevole e fosse stato punito.

Da quel giorno le cose cambiarono, ma non come volevo io. Vivevamo sempre in simbiosi, però quando abbassavo lo sguardo vedevo quell’orbita priva di profondità e di vita, con il bianco che mostrava l’evidenza di un’assenza, la certezza immediata del nulla.

Non avevo più male al piede, ma evitai la doccia e iniziai a lavarmi nella vasca da bagno, dove non c’erano pesci ciechi e aghi d’acqua a forare la pelle fino all’anima. Il bianco della vasca però finì per ricordarmi lo sguardo freddo del pesce palla.

Una domenica mattina caricai il pesce sulla bicicletta e andai al fiume. Guardai attraverso il suo occhio che ora conteneva acqua e cielo e pioppi e qualsiasi cosa io volessi comprendervi. Il sole, le mie dita, le unghie sporche di terra. Tastai le sue ventose, poi lo gettai lontano e le correnti lo portarono via subito, come se lo aspettassero da tempo e fossero in ritardo.